Mademoiselle, desiderio e perversione

Elegante, raffinato e sublime dal punto di vista estetico, il film di Park Chan-wook descrive gli effetti e le azioni più degradanti che gli uomini compiono per mera brama. Perfeziona la pellicola, una sceneggiatura minuziosamente curata e perfetta nel suo svolgimento

Anni ’30. Corea. Occupazione giapponese. Sook-hee, giovane orfana, parte di un gruppo di ladruncoli e criminali da quattro soldi, viene ingaggiata da un truffatore, il conte Fujiwara, per aiutarlo nel sedurre la bellissima e ricca ereditiera, Hideko. Dopo la morte del padre, infatti, la giovane è passata sotto la custodia dello zio Kouzuki, collezionista di libri erotici, che intende sposarla per ottenere la sua immensa ricchezza. Il conte-truffatore Fujiwara riesce a far ingaggiare Sook-hee come domestica e dama di compagnia di Hideko. Egli vuole, infatti, servirsi della borseggiatrice, per destabilizzare l’equilibrio della casa, sposare Hideko e, una volta ottenuta la sua fortuna, rinchiuderla in un ospedale psichiatrico. Beh, un incipit niente male, quello dell’ultimo film di Park Chan-wook (autore del magnifico Old Boy). L’ultima opera del regista, infatti, già da subito, non si configura come una pellicola nella norma, essendo un thriller con sfumature erotiche – a volte, prettamente pornografiche. In Mademoiselle c’è, tuttavia, un fattore, un elemento, impossibile da riconoscere (forse perché tutto il film lo è), che rapisce fin da subito lo spettatore. Il film di Park Chan-wook intrappola e cattura immediatamente il pubblico, trasportandolo in un viaggio dall’estetica profondamente curata e dalla sceneggiatura elaborata, precisa, rifinita e sofisticata. Qui lo dico e lo sottoscrivo. Mademoiselle di Park Chan-wook è un grandissimo capolavoro, tra i migliori film degli ultimi cinque anni, senza dubbio.

A livello tecnico, la pellicola è un qualcosa di veramente impeccabile. Il senso di oppressione, di tensione, d’inquietudine – seppur silenziosa e subordinata – è percepibile per tutta la durata. La regia, in qualche modo – soprattutto dal punto di vista delle inquadrature -, aiuta ed alimenta questa suspense e questa tensione, anche sessuale, per tutto il corso della vicenda. La direzione registica di Park Chan-wook è estremamente elegante, raffinata, fine e concentrata sull’espressività e sui rapporti tra i vari personaggi. Nella pellicola si dedica, infatti, moltissimo spazio e molta attenzione, agli scambi di sguardi, al linguaggio del corpo, più potente di mille parole e dialoghi contorti ed elaborati (che, comunque, sono ugualmente presenti). Park Chan-wook non ha paura nel mostrare platealmente, scioccare, sorprendere lo spettatore nell’esibire ed ostentare, sotto un punto di vista artistico, il corpo e la nudità. Sono moltissime le sequenze, in cui si assiste ad un rapporto sessuale completo e dettagliato – si raggiunge, praticamente, il livello del porno autoriale. In queste scene e, allo stesso modo, nelle scene più violente e grottesche, però, la mano e la macchina da presa, diretta da Chan-wook, non si scompongono mai, rimangono incredibilmente rigorose. Lo stesso vale nelle scene più serene e calme (se così si possono definire). La regia di Chan-wook è assistita inoltre, in fase di post-produzione, dal montaggio, che le dona quello spirito ed estetica thriller, d’intrigo e di mistero. Questo potenzia, tra l’altro, anche la sceneggiatura, già di per sé curata e ben realizzata. Notevoli le carrellate e i passaggi di macchina sia in interni che in esterni.

La scrittura del film è la punta di diamante vera e propria della produzione. Elaborata, contorta, labirintica, psicologica, attenta, curata, raffinata; la sceneggiatura di questo Mademoiselle eleva drasticamente la riuscita e il carattere autoriale della pellicola – che, altrimenti, sarebbe soltanto un puro esercizio di stile. Una componente meritevole di questa sceneggiatura è l’attenzione morbosa, maniacale e costante per i personaggi, la loro evoluzione, mentalità e psicologia. Il film è quello che è, un grande capolavoro, anche grazie alla profondità e complessità delle figure che si muovono su schermo. La sceneggiatura – basata sul romanzo Ladra di Sarah Waters e scritta da Chan-wook stesso e Chung Seo-kyungdescrive e mostra fin dove possono spingersi le persone, guidate da desiderio e perversione. Ed è proprio la brama, il tema e il motore centrale di tutto il film. C’è chi, tra i personaggi, vuole fuggire ed evadere una situazione ed una vita famigliare che li fa sentire oppressi e schiavizzati, chi vuole fuggire dalla miseria e povertà, chi vuole iniziare una nuova vita, chi vuole semplicemente evadere con la mente e l’immaginazione. La complessità dell’azione si nota soprattutto nell’intreccio imbastito dagli autori. Durante il corso del film vengono piantati, vengono introdotti dei concetti che poi, andando avanti con la visione, assumono un significato, una rilevanza ed un’importanza differente. Una volta ottenuto il quadro completo, non si può far altro che gridare al miracolo, per il modo, la scioltezza, la fluidità con cui tutto si incastra alla perfezione. Ogni meccanica e ogni piega della pellicola si ricollega al quadro generale in maniera impeccabile. Tutto torna, tutto combacia e la visione d’insieme della vicenda valorizza la riuscita e la memorabilità dell’intera produzione. Anche i vari colpi di scena, twist, ribaltamenti presentati, includendo anche il finale, assumono una plausibilità, grazie proprio a questo lavoro ed attenzione certosina dedicata alla stesura della vicenda, alla sua evoluzione e alla costruzione caratteriale dei personaggi.

Se lei potesse essere tua per dieci minuti, cosa daresti in cambio? – Qualsiasi cosa il vostro cuore desideri. Qualsiasi cosa nel mondo intero.

L’estetica del film, le cui basi vengono poste, in primis, dalla regia, si arricchisce grazie ad un comparto fotografico, artistico e tecnico perfetto e d’atmosfera e grazie ad un’ambientazione suggestiva ed evocativa. Ci troviamo nella Corea dei primi decenni del XX secolo. Nonostante ciò, il contesto storico, sociale e culturale ricopre ben poco spazio all’interno del film (se non per l’inizio e alcune menzioni nei dialoghi tra i personaggi). Il regista non vuole, infatti, realizzare e riprodurre uno spaccato dell’epoca e del paese in quel determinato tempo. Al centro, troviamo una storia di desiderio, di libertà, un urlo emancipatorio femminile, una storia sull’uomo, le sue manie e le sue ossessioni, una rappresentazione viscerale della sessualità e delle fissazioni sessuali dell’essere umano. Questo stato di corruzione, di perversione, di oppressione si rispecchia sull’ambientazione del film e sulla sua fotografia. Infatti, durante il corso dell’opera di Chan-wook, poche volte ci si pareranno davanti agli occhi, luoghi ridenti, puri, cristallini, sicuri, incontaminati. La scelta, a livello di ambientazioni, di luoghi oscuri, tetri e misteriosi, corrotti in qualche modo riflette proprio il soggetto principale della pellicola: la corruzione, la mania, i peccati presenti in ciascuno di noi. La resa di questi luoghi bui e tenebrosi, caratterizzati da segreti pericolosi e storie tragiche, viene fatto risaltare ulteriormente dalla fotografia, altrettanto oscura, dark e misteriosa. Sembra quasi di trovarsi di fronte ad un’ambientazione ed estetica da film horror giapponese. Anche le sequenze ambientate in esterni danno, ugualmente, quella percezione di freddezza, aridità, corruzione ed insicurezza.

Il film ricorda, per certi versi, il recente e magnifico La favorita di Yorgos Lanthimos, sia dal punto di vista della violenza grottesca e del carattere diretto della sceneggiatura e della messa in scena, che del ritmo incalzante, pressante, turbinoso e vertiginoso. Nonostante la durata di 2 ore e 20, Mademoiselle, infatti, non annoia mai, non cade mai nel fuori luogo, nello scontato. Tutto calza alla perfezione, frutto probabilmente dalla bravura e dalla scrittura nei dialoghi e complessiva dei tre capitoli in cui è suddivisa l’azione (così come il film di Lanthimos). Ognuna di queste parti adotta il punto di vista di un personaggio differente e la voglia di una maggior conoscenza, di un maggior approfondimento, di una maggiore introspezione nei differenti personaggi, fa in modo che ognuna di queste parti voli letteralmente (il film pare durare molto meno). Il tempo, in definitiva, viene utilizzato, con consapevolezza, da parte di Chan-wook, per la maggior parte del film. Difatti, tra gli unici scivoloni (benché minimi) della pellicola, troviamo un inizio fin troppo frenetico e rapido, un’entrata estremamente veloce e, di conseguenza, disorientante nell’azione e nella vicenda. Il film non è altro che una discesa nella perversione e corruzione più totale, con, come obiettivo, l’arrivo ad un climax potentissimo e significativo.

Ma è bella? – Un’orfana. Suo padre era ricco. Presto si innamorerà  di me e fuggiremo in Giappone.

Un’altra forma di arricchimento del film è rappresentata dalle interpretazioni ispiratissime da parte di tutto il cast. Colei che spicca maggiormente, nel variopinto complesso di caratteri e personaggi, è proprio l’oggetto della brama su cui si focalizza l’intero primo capitolo: la giovane, bellissima e sensuale Hideko. Questa, interpretata dall’affascinante Kim Min-hee, rappresenta la carica e l’elemento erotico e sessuale vero e proprio all’interno del film. La prova attoriale di Min-hee valorizza ancora di più un personaggio, già di per sé, elaborato, complesso e riuscitissimo. L’attrice fa in modo di rendere ancora più interessante e misterioso il personaggio della giovane, molto sfaccettato anche dal punto di vista caratteriale. Ogni grande interpretazione è, quasi sempre, supportata da un’altrettanto ottima performance. Sto parlando di quella di Kim Tae-ri – che interpreta la ladruncola Sook-hee, ingaggiata come domestica e dama di compagnia di Hideko – che è, a tutti gli effetti, la vera protagonista della prima parte, in cui vengono adottati il suo punto di vista, il suo pensiero e le sue riflessioni. Agli interpreti maschili viene riservato il ruolo e la caratterizzazione del bastardo, del meschino e dell’approfittatore. Sia il conte Fujiwara (Ha Jung-woo) che lo zio Kouzuki (Jo Jin-ung) approfittano, nella parte iniziale, rispettivamente di Sook-hee e di Hideko per compiacere i loro desideri, le loro brame, i loro sogni e i loro bisogni. Come è ovvio che sia, questa situazione non sarà permanente, non rimarrà tale a lungo; anzi le ragazze, progressivamente, si emanciperanno sempre più. Uno strumento di emancipazione, che ricopre, come già affermato, un ruolo di centralità nella pellicola, è il sesso, il rapporto sessuale, non esclusivamente eterosessuale. Il sesso, mezzo di sottomissione a tutti gli effetti, viene qui utilizzato, tuttavia, come una sorta di liberazione dall’oppressione, dalla solitudine e dalla meschinità di una società maschilista e retta da figure maschili, come quella degli anni ’30. Diciamo, però, che gli interpreti maschili, seppur bravi, non reggono assolutamente il confronto con il magnetismo e l’ispirazione dimostrata dalle attrici qui presenti. Diciamo che, parlando di performance, vengono un po’ “sottomessi“.

Originale, magnetico, affascinante, seducente, raffinato, sensuale, elegante, capolavoro. Questi sono i termini plausibili con cui si potrebbe descrivere l’ultima opera di Park Chan-wook. Un film dall’estetica inedita, personale, posata e che tratta concetti, immagini e temi, a volte anche violenti, grotteschi e scioccanti, con una grazia, una rigorosità e una compostezza registica unica. La soddisfazione dei propri desideri e necessità è ciò che muove tutti i personaggi all’interno della pellicola, ma, possiamo dire che tale atteggiamento si riflette anche su di noi, su noi spettatori. Più il film procede, più lo spettatore vuole scoprire di più, vuole conoscere di più. Lo spettatore, in un certo senso, brama la conoscenza, la rivelazione, la scoperta, la risoluzione. Per coloro che assistono alla vicenda, il film diventa quasi un’ossessione, una perversione – tema centrale dell’opera. La pellicola rapisce ed fa immergere completamente lo spettatore negli avvenimenti, nelle vite di questi personaggi, grazie alla sua eleganza estetica, ad interpretazioni magistrali da parte di tutto il cast, ad una regia diretta, ma composta allo stesso tempo, ad una fotografia d’atmosfera ed un’ambientazione tenebrosa, misteriosa, ma estremamente coinvolgente. Insomma, l’ultimo capolavoro di Park Chan-woo è un’opera magistrale – arrivata in Italia, come solito, con tre anni di ritardo rispetto alla sua uscita originale – da recuperare assolutamente, essendo un film molto complesso, su cui si potrebbe stare a discutere per ora, pieno di metafore e di suggestioni, che provoca nello spettatore un cocktail di sentimenti e reazioni non indifferente. Un must watch dal vicino Oriente, consigliatissimo e quasi privo di difetti, se non per qualche minuzia.

voto 9.5

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