John “Wick” Rambo, vendetta all’ultimo sangue

Adrian Grunberg firma la conclusione della storica saga con Sylvester Stallone con un revenge movie cruento e violento, cui obiettivo principale è un tipo di intrattenimento senza pretese

Da quanto tempo non si sentiva parlare di Rambo! John Rambo, il quarto film della saga, era uscito nel lontano 2008 e, a mio parere, aveva portato una ventata d’aria fresca al franchise, diventato ormai stantio. La mano e l’amore per il personaggio da parte di Sylvester Stallone – regista della pellicola – erano riconoscibilissimi e l’intero film era permeato da un alto tasso di violenza e dalla volontà di mostrare questa violenza in modo palese ed evidente, a volte anche con un velo di critica e denuncia politica e sociale. Sylvester Stallone è come il vino. Migliora con l’età. Più avanzano gli anni, più le interpretazioni di personaggi storici come Rambo o Rocky, da parte di Sly, si fanno cariche di fascino e carisma. Se John Rambo del 2008 aveva l’aria di essere una conclusione, seppur non ufficiale, della storica saga – iniziata nel 1982 con il meraviglioso e serio Rambo – First Blood – questo Last Blood – già dal titolo – viene pubblicizzato, fin da subito, come il film che farà tramontare la figura del reduce vietnamita. L’arduo compito di chiudere, al meglio, una delle saghe action più longeve ed importanti della storia del cinema, spetta ad Adrian Grunberg, regista del film, semisconosciuto, che, tutto sommato, riesce a cavarsela discretamente. Last Blood non è che una corsa frenetica, violenta, inarrestabile e catartica tra Stati Uniti e Messico, senza sconti e senza censure. Il film è un classico revenge movie alla John Wick o Taken. L’unica differenza è che il protagonista è una vera e propria icona del genere d’azione, John Rambo (Sylvester Stallone).

Se dovessero venire a cercarmi sarà la morte ad accoglierli

John Rambo (Sylvester Stallone) nel film

“Io possiedo delle capacità molto particolari che ho acquisito durante la mia lunga carriera che fanno di me un incubo per gente come voi. Se lasciate andare mia figlia, la storia finisce qui.” Se il personaggio di Rambo fosse un pochino più loquace, all’interno di questo film (così come Liam Neeson in Taken – Io vi troverò del 2008), avrebbe potuto benissimo pronunciare queste parole. Last Blood di Adrian Grunberg è, infatti, l’ultimo di una lunga serie di revenge movie che stanno letteralmente monopolizzando il panorama thriller-action in questi ultimi anni (basti soltanto pensare ai tre John Wick o all’italianissimo e recente 5 è il numero perfetto di Igort). La trama dell’ultima fatica del nostro John Rambo è tanto semplice quanto banale. In seguito al sequestro di sua nipote da parte di una gang malavitosa messicana, Rambo cerca vendetta e morte, per fare provare, ai criminali, la stessa dose di dolore, che il rapimento ha provocato nel suo cuore. Ciò che importa, però, non è la genialità o originalità dell’incipit, bensì la resa e lo shock provocato dalle scene action, cariche di tensione e di una violenza, a tratti, splatter. Questo quinto ed ultimo capitolo della saga si configura così come il film più minimale, concreto, realistico e brutale, quasi al pari del precedente John Rambo.

La regia di Grunberg segue la stessa linea del soggetto della pellicola. La sua direzione registica non spicca per passaggi di macchina arditi ed alti nella grammatica cinematografica. Grunberg non punta sull’autorialità del prodotto, bensì su una regia canonica, comune, estremamente operaia, a volte, confusa, ma che, comunque, funziona per il tipo di film e gli obiettivi e le volontà prefissate dalla pellicola. Grunberg non si fa problemi a mostrare, in modo onesto, sincero, visibile e palpabile, la violenza che domina tutto il film, soprattutto sul finale. La regia dà il meglio di sé nelle scene di azione: adrenaliniche, energetiche, al cardiopalma, entusiasmanti, realistiche, vere e feroci nella loro messa in scena. In particolare, gli ultimi 20 minuti del film volano, proprio grazie alla regia, ma anche al montaggio e al ritmo, giungendo ad un esplosione climatica di brutalità e furia allo stato puro. Una vera e propria estasi visiva ed emotiva per lo spettatore. Grunberg mostra un’abilità inaspettata nel valorizzare la fisicità e l’ascendente di Stallone sul pubblico, data la sua fama e la sua importanza, a livello iconico. Grazie alla regia, Stallone, infatti, buca lo schermo ogni volta che appare e quando scompare dalle scene, non si vuole nient’altro che il suo ritorno. Devo essere onesto. Avevo preferito la regia, seppur molto più confusionaria di questa, di Stallone nello scorso capitolo della serie. Probabilmente, questi, conoscendo a menadito il personaggio che lo ha reso celebre – insieme a quello di Rocky -, sapeva meglio come trattarlo e come rendergli giustizia nel migliore dei modi. Ovviamente, la direzione di Grunberg non è completamente esente da difetti, anzi presenta un paio di svarioni tecnici e stilistici degni di nota.

I “carismatici” villain della pellicola

Estremamente semplice e leggera, la sceneggiatura di questo Last Blood non è affatto perfetta. Prima fra tutti, la presenza di personaggi che definire stupidi è dire poco. In particolare, la scrittura della pellicola ti porta letteralmente ad odiare il personaggio della nipote di Rambo per buona parte del primo tempo per alcune scelte veramente idiote che compie. Il film, inoltre, soffre di un’eccessiva lentezza nei primi dieci minuti e non si capisce fin da subito dove si voglia andare a parare. Superato questo primo, minimo blocco si apre la strada per un intrattenimento abbastanza semplice nella realizzazione, ma che regala scene action efficaci, che, per intensità, ricordano – oltre che il capitolo precedente della saga – anche lo stupendo Logan di James Mangold, una perla nel panorama dei cinecomic. Il film di Grunberg non raggiunge simili vette, soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura, ma riprende Logan in certi aspetti – soprattutto nella parte finale. Per alcuni versi, inoltre, l’ultimo film di Rambo ripropone una situazione cara al classico natalizio Mamma, ho perso l’aereo. Condizione che si evolve, ovviamente, in modi molto più estremi e brutali. Il film pecca anche di un paio di forzature, volte a rendere il tutto molto più veloce e frenetico, per giungere il prima possibile al climax finale. Il carattere diretto e poco didascalico e dialogato della sceneggiatura fanno di questo Rambo – Last Blood un film, cui unico intento è esaltare ed intrattenere senza alcuna pretesa di originalità o autorialità.

Dopo più di 10 anni, l’unico ed inimitabile Sylvester Stallone – icona action per eccellenza insieme a Schwarzenegger – torna ad interpretare una delle figure che lo hanno confermato come vero e proprio mito del cinema di genere. Ultimamente, soprattutto dopo Creed, la recitazione e la bravura attoriale di Sly sono migliorate drasticamente e l’età (73 anni) non fa che aumentare il fascino e il carisma che circondano la sua persona, la sua presenza su schermo e la sua recitazione. L’antieroe dell’Arizona, come visto nello scorso film, è ritornato a casa, dopo anni di peregrinare. Qui, si prende cura di sua nipote Gabrielle – con cui ha instaurato un rapporto padre-figlia -, insieme alla domestica Maria. Tutto sembra andare bene. L’inizio del film sembra un po’ quello di una puntata di La casa nella prateria. Rambo si occupa del ranch di famiglia e della crescita della nipote e tenta di vivere una vita normale e tranquilla. Purtroppo per lui, i guai sono di nuovo alla porta. Il rapimento della nipote da parte di un gruppo criminale messicano risveglia la bestia, che il nostro John ha sempre tentato di controllare e nessuno sarà più al sicuro. Stallone regala, allo spettatore, una delle interpretazioni più drammatiche, brutali e dirette di tutta la sua carriera. Nel film, Sly riesce a far trasparire la parte più umana, più concreta del personaggio di Rambo, recitando discretamente in scene dal forte impatto emotivo. Ovvio, non è che all’interno di questa pellicola, Stallone abbia scoperto che cosa sia l’espressività, però il suo livello recitativo si è alzato notevolmente rispetto ai primi lavori nella sua filmografia, compresi i capitoli precedenti di Rambo. Se pensavate che, a 73 anni, Stallone si sarebbe messo a fare la fila alle poste o a guardare i cantieri, vi sbagliate di grosso. L’attore newyorchese dice addio in un modo molto vero e molto umano ad un personaggio, diventato ormai parte integrante della sua vita e del suo DNA. Per quanto riguarda il resto del cast, nulla di speciale, se non una menzione d’onore per la tenera interpretazione di Adriana Barraza, nel ruolo della domestica di casa Rambo. Oltre a Gabrielle, i personaggi più insulsi della pellicola sono, senza dubbio, la coppia di villain che porterà il nostro John Rambo al cercar vendetta. Insulsi, patetici e piatti come pochi, i fratelli Martinez più che incutere timore, provocano riso ed ilarità, forse, a causa anche della potenza scenica di Sylvester Stallone come Rambo.

In tutti questi anni ho protetto i miei segreti ma ora è arrivato il momento di fare i conti con il passato.

John Rambo (Sylvester Stallone) nel film

Dopo aver parlato di pregi, con l’interpretazione di Stallone, in parte con la regia e con il ritmo del film, si arriva alle note dolenti, che riguardano, soprattutto, il comparto tecnico del film. Il film è estremamente variabile: si passa da visuals anche accattivanti e, per certi versi, curati e con un buon occhio estetico a svarioni, cadute di stile in piena regola, appartenenti più a un B-Movie che a un film da 50 milioni di dollari. La maggior parte di questi cali concerne il comparto fotografico della pellicola, in particolar modo, con le luci e le riprese effettuate all’interno dei veicoli: mediocri e dilettantistiche, a dir poco. Anche a livello di effetti visivi non ci siamo proprio. Il film si apre con una sequenza di calamità naturale fatta quasi completamente in CGI e dire che quella computer grafica è orripilante e incompleta, è dire poco, in confronto a ciò che si para davanti agli occhi dello spettatore. Infine, un’altra grande svista da parte del comparto meno autoriale della pellicola è senza dubbio la presenza quasi minima e marginale della colonna sonora, senza dubbio inferiore rispetto al capitolo precedente o anche solo al primo.

Una vera e propria iniezione di adrenalina. Questa è la definizione corretta per descrivere e dare un’idea giusta ed equa di questo quinto e, probabilmente, ultimo capitolo della saga di Rambo. Si parte piano, per esplodere, poi, in una lotta frenetica, sanguinaria, violenta, senza esclusione di colpi, molte volte, quasi goliardica. La preparazione che Rambo affronta nell’ultima porzione di film colpisce e cattura lo spettatore, voglioso di scoprire come tutto entrerà in gioco e si attuerà nel grande piano di difesa del veterano. Nonostante la sceneggiatura complessiva non proprio brillante, il finale provoca un misto di shock, sbigottimento, soddisfazione e goduria che fa urlare allo spettatore, una volta che il tutto si risolve: <<C*** sì!>>. Una volta empatizzato con il protagonista, il pubblico entra completamente nella narrazione, negli intenti e nell’atmosfera del film, patteggiando ovviamente con le intenzioni di Rambo e l’immedesimazione è tale che il modo con cui il tutto si risolve non può che provocare piacere e, quasi, godimento masochista, nello spettatore. Last Blood è un film incredibilmente semplice, ma efficace che non si abbandona in sottotrame anitclimatiche e deviazioni per allungare la durata della pellicola. L’ultimo capitolo di Rambo è, quindi, un prodotto circolare, finito, essenziale, graduale che stupisce lo spettatore con un’esplosione improvvisa, diretta e palese di violenza, furia e brutalità allo stato puro. Una degna conclusione, un canto del cigno, per la saga con protagonista Sylvester Stallone, che rappresenta e mostra l’essenza del personaggio, omaggiando, in modo esemplare, il lungo viaggio iniziato, nel lontano 1982, giunto, ormai, sul viale del tramonto.

VOTO 7

Un pensiero riguardo “John “Wick” Rambo, vendetta all’ultimo sangue

  1. Ottima recensione!
    Il film mi attira, non sono mai stato un grande fan degli action movie anni ’80, ma mi sta piacendo un sacco il “non volersi reinventare” delle vecchie star (penso a “I mercenari”). Anche se, ovviamente, qualche innovazione c’è.

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