Ad Astra, quando Apocalypse Now incontra lo spazio

In concorso all’edizione 2019 del Festival di Venezia, il film di James Gray prende il capolavoro di Coppola e la trama di Cuore di Tenebra di Conrad e li porta nello spazio, con un grandissimo Brad Pitt

“Tutti ottengono quello che vogliono. Io volevo una missione, e per i miei peccati me ne hanno data una. Era una missione davvero eccezionale…e quando la portai a termine, non ne avrei mai più voluta un`altra.”. Questa manciata di parole proviene dai primi minuti di Apocalypse Now, film capolavoro e cult del cinema del 1979, diretto dal grandissimo Francis Ford Coppola. Guarda caso, il film tornerà nelle sale con una Final Cut tra pochissimo e, proprio in questo periodo, esce in sala l’ultimo film di James Gray, Ad Astra. Il film prende a piene mani dal colosso di Coppola e porta il soggetto e la vicenda, affrontata da Martin Sheen e compagni, contro il colonnello Kurtz (Marlon Brando), nello spazio profondo. Il film, ovviamente, non raggiunge la profondità e la ricerca ossessiva di Coppola nella psicologia dei personaggi. Ci sono moltissimi rimandi, dal punto di vista narrativo, ad Apocalypse Now e non solo. Si prende ispirazione da moltissimi classici recenti e non, del genere fantascientifico. Da 2001: Odissea nello spazio di Kubrick ad Interstellar di Nolan, fino ad arrivare all’ansiogeno Gravity di Alfonso Cuaron. Il film mostra, in più, una delle migliori interpretazioni – sicuramente una delle più introspettive ed intime – di Brad Pitt. Un film che non annoia e colpisce soprattutto a livelo tecnico e visivo. L’ultima opera di James Gray otterrà, indubbiamente, un paio di nomination agli Oscar.

Se necessario distruggerò il progetto nella sua totalità.

Roy McBride (Brad Pitt) nel film

La regia è il grande pezzo da novanta in questo Ad Astra. James Gray, regista di Civiltà perduta – che affronta, più o meno, lo stesso tema -, volendo dare una personale interpretazione del romanzo Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, costruisce un viaggio, una missione nello spazio alla ricerca e alla comprensione di sé stessi. La sua ricostruzione del viaggio, fatto da Marlow nell’opera di Conrad, si avvale della bravura recitativa di un attore come Brad Pitt (che, in questo 2019, sta beneficiando di una vera e propria rinascita, dopo il divorzio e la crisi con Angelina Jolie). Consapevole delle potenzialità di Pitt, Gray mette in campo una regia duplice. Da un lato, troviamo una direzione improntata sulla valorizzazione dell’espressività e della bravura attoriale dell’interprete principale. Troviamo, quindi, primi piani, zoom e un’attenzione registica, volta a supportare Brad Pitt nel suo arduo e, quasi solitario, compito. Dal’altro lato, troviamo una regia profondamente teatrale, scenica, concentrata sullo spazio, sull’ambientazione, sulle location. La regia, unita con gli altri comparti tecnici del film, regala allo spettatore un’esperienza visiva, tra le migliori di questo 2019. A livello visivo si raggiungono i livelli di Gravity ed Interstellar in alcuni punti. Ovvio che Gray non riesce, ancora, a competere con mostri sacri della regia come Cuaron e Nolan, ma lo spettatore si ritrova moltissime volte a bocca aperta di fronte alla potenza visiva del film. Gray è, inoltre, capace nell’alimentare e creare sequenze cariche di suspense e tensione, come la sequenza di inseguimento sulla Luna o la risposta al mayday. C’è, però, un ma. Tra gli unici difettucci della pellicola, dal punto di vista registico, troviamo una confusione, nella messa in scena, in un paio di sequenze di combattimento corpo a corpo presenti. Una piccola svista che, tuttavia, non va ad inficiare completamente la riuscita dell’opera.

Il maggiore Roy McBride, astronauta e militare esemplare, figlio di una vera e propria leggenda, Clifford McBride – pioniere ed esploratore di nuovi pianeti – viene incaricato di portare a termine una missione tanto segreta, quanto personale. Tutto il Sistema Solare è stato, infatti, colpito da misteriosi picchi di energia che potrebbero portare alla morte e distruzione dell’intero sistema, inclusa la Terra. Il governo degli Stati Uniti pensa che questi picchi siano dovuti alle ricerche effettuate dal progetto Lima, spedizione capitanata dal padre di Roy, di cui non si ha più traccia da sedici anni. Roy deve, quindi, recarsi alla stazione sotterranea di Marte, quasi totalmente immune ai picchi e scoprire la situazione corrente del progetto. Tuttavia, nulla è come sembra!

Come deducibile, l’originalità non è di casa nella sceneggiatura di Ethan Gross e Gray stesso. La scrittura di questo Ad Astra, infatti, non è che un rimpasto di stimoli provenienti da altri film di genere, ma anche dal già nominato Apocalypse Now. Troviamo un po’ di The Martian di Ridley Scott, un po’ di Interstellar di Christopher Nolan e di Gravity di Alfonso Cuaron in alcune sequenze specifiche. Il soggetto di partenza e l’incipit, seppur trasportati nello spazio, provengono direttamente da Apocalypse Now. Anche sviluppi ed evoluzioni presenti, soprattutto nel ruolo di Tommy Lee Jones, che interpreta Clifford McBride, padre del personaggio di Brad Pitt, sono presenti rimpasti del genere. Il film sfrutta moltissimo la tecnica narrativa del monologo interiore e del flusso di coscienza, incentrati nel personaggio di Roy “Pitt” McBride. Flusso di coscienza e monologo interiore presenti, in modalità differenti, nel romanzo di Conrad, ma, soprattutto nel film di Coppola, attraverso il personaggio di Michael Sheen. Per quanto riguarda le riprese da 2001: Odissea nello spazio, queste consistono prevalentemente sul contesto evolutivo e tecnologico che gli umani hanno sviluppato nel film. Dal punto di vista estetico, si riprendono anche alcune strutture e idee presenti nel film di Kubrick, come gli shuttle per viaggiare sulla Luna da parte della popolazione terrestre.

Come già detto, il comparto tecnico del film fa urlare al miracolo in un’epoca di effetti visivi e CGI fatti con i piedi. Ormai sono più realistici i dinosauri di Jurassic Park di Spielberg che quelli di Jurassic World di Colin Trevorrow, per dire. Il film riceverà, senza dubbio, una nomination, ai prossimi Oscar, per la fotografia. Essa dà, infatti, molta più profondità, effetto scenico, visivo e teatralità alla pellicola. Molte delle sequenze di questo Ad Astra diventano immediatamente memorabili ed iconiche proprio grazie alla fotografia. Quando, nel film, Brad Pitt si trova su Marte il comparto fotografico dà il meglio di sé. Ovviamente, la fotografia migliora sensibilmente la resa degli effetti visivi impiegati nel film e il loro realismo. L’uso della fotografia, oltre che intelligente, è estremamente metaforico. Le luci e l’utilizzo dell’illuminazione negli ambienti interni, soprattutto, crea sempre un contrasto tra luce ed ombra, come l’animo umano, caratterizzato da una parte superficiale e palese ed una parte oscura, inconscia quasi, che, però, a volte viene a galla. Il montaggio e la colonna sonora sono altri due punti forti della produzione. Ovviamente non si raggiungono i livelli di un Hans Zimmer in Interstellar (la soundtrack di Zimmer ha un impatto molto positivo sulla resa del film), però, Max Richter riesce a sfruttare la musica, in modo sapiente. Le armonie e la musica di Richter potenziano l’impatto della pellicola sullo spettatore e aiutano moltissimo la costruzione del ritmo e della tensione, già ben eretta da regia, sceneggiatura ed interpretazioni.

Faccio quello che faccio grazie a mio padre. Lui era un eroe: ha sacrificato la sua vita per il sapere.

Roy McBride (Brad Pitt) nel film

La quasi totalità della pellicola viene retta dalla presenza scenica e dalla bravura attoriale, comunicativa ed espressiva di Brad Pitt. La sua interpretazione, in questo Ad Astra, è sicuramente inferiore rispetto a quella in C’era una volta a… Hollywood. Tarantino, infatti, nel suo ultimo film, riesce a sfruttare la figura e il fisico dell’attore per dare vita, al meglio, il personaggio di Cliff Booth. Il regista di Knoxville riesce a tirare fuori da Pitt una bravura ed espressività intrinseca che rendono la sua interpretazione unica, tra le migliori della pellicola e di tutta la sua carriera. Nel film di Gray, Brad Pitt dà il volto ad un personaggio molto differente rispetto a quello nel film di Tarantino. Roy McBride è una figura molto razionale, molto testarda, molto riflessiva, a volte quasi filosofica. L’interpretazione di Pitt segue pari passo il taglio che la sceneggiatura dà al suo personaggio. L’attore regala una prova attoriale molto più calibrata, molto più ragionata, molto più intima ed interiore rispetto alla sregolatezza che caratterizza Cliff Booth. Nella pellicola, Pitt trasmette molto bene l’idea di questo astronauta, profondamente segnato dalla perdita, dal tempo, dalla sfiducia e dal servizio per il proprio paese. Un soldato, oltre che un astronauta, ritenuto tra i migliori in circolazione che dovrà imbarcarsi per un viaggio metaforico nella sua mente, nei suoi ricordi e nel suo io. Ad accompagnare Pitt, in questa avventura spaziale ed incognita, troviamo un risicato Donald Sutherland, mal sfruttato, a mio parere, vista la sua bravura recitativa, che interpreta il colonnello Pruitt. Il personaggio più misterioso ed affascinante, per la maggior parte della durata del film, è senza dubbio quello di Tommy Lee Jones. Egli interpreta Clifford McBride, un vero e proprio pioniere ed eroe nazionale, imbarcatosi per una pericolosa ed arcana missione nello spazio profondo. Anche alla sua interpretazione – forse un po’ più memorabile rispetto a quella di Sutherland – viene dedicato pochissimo screen time. Nel film, forse, i ruoli femminili sono fin troppi marginali e dimenticabili. Da una parte abbiamo Ruth Negga che interpreta una grigissima Helen Lantos, dall’altra una quasi assente Liv Tyler, personaggio insulso ed inutile a livello di trama.

A sinistra il colonello Pruitt, interpretato da Donald Sutherland

La missione diventa quindi un’opportunità per Gray di parlare di temi prettamente personali e limitati alla sfera individuale come il rapporto padre-figlio, il superamento dei traumi, l’accettazione e l’indipendenza dai genitori. Nonostante i difetti – nella fattispecie, una sottotrama amorosa evitabile ed inutile, a cui viene riservato anche pochissimo spazio all’interno del film -, Ad Astra di James Gray porta in scena una vicenda molto semplice, molto quadrata e circolare, con una tecnica, al contrario, estremamente curata, profonda e precisa. La quasi perfezione tecnica della produzione rende questa pellicola un vero e proprio spettacolo per gli occhi e per le orecchie, presentando un montaggio sonoro incredibile. Una grande interpretazione di Brad Pitt, una vicenda che intrattiene, uno scenario suggestivo, una fotografia artistica, metaforica e teatrale e una colonna sonora ben presente e d’atmosfera fanno di questo Ad Astra uno dei migliori film della stagione, nonché di fantascienza del 2019. Passando oltre ad una storyline secondaria inutile, uno sbarco fin troppo fulmineo e frenetico nell’azione e una sceneggiatura fin troppo derivativa; si riconosce un film che rispetta in pieno i suoi obiettivi primari, intrattenendo, emozionando, spaventando e mantenendo una tensione costante per tutta la sua durata.

VOTO 8.5

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