La vita invisibile di Euridice Gusmao, il prezzo delle bugie

Il regista brasiliano, Karim Ainouz, dirige un film emozionante, realistico, pungente, crudo, ma estremamente vero. Una storia di emancipazione, nei confronti dei paradigmi sociali

Anni ’50. Brasile. Due sorelle, Euridice e Guida Gusmao, ragazze appartenenti ad una famiglia piccolo borghese di Rio de Janeiro, devono sottostare a ciò che la società e il buon costume impongono loro di fare. Aiutare nelle faccende di casa, allietare gli ospiti, rispettare gli ordini del padre, del capofamiglia; colui che ha sempre ragione. La situazione, però, non rimarrà così per molto tempo. Come in un’opera di Joyce o Svevo, troviamo la paralisi – ovvero, un momento di scelta, in cui un personaggio deve decidere se continuare la sua vita miserabile o prendere qualche rischio e svoltarla completamente. Nel film, una delle due sorelle dovrà compiere una scelta, proprio, per il suo futuro. Guida, infatti, dovrà decidere se continuare ad essere ciò che la società le impone o abbracciare la sorte e scappare con il suo amore, Yorgus – un marinaio greco che l’ha completamente stregata. La ragazza opta per la seconda possibilità e fugge da casa, lasciando la sorella Euridice sola ed oppressa al volere del padre e della famiglia. Questa, infatti, è costretta a sposarsi con il secondo figlio di una famiglia ricca di Rio, Antenor, andando, poi, a vivere in un’altra casa a Rio. Intanto, il matrimonio tra Guida e Yorgus non va a buon fine e il marinaio rivela la sua vera natura. La giovane, incinta di Yorgus, decide, così, di tornare a casa, ma, appena arrivata all’abitazione d’infanzia, viene malamente cacciata dal padre, che si sente disonorato e schifato dal gesto della figlia. Il padre mente a Guida, dicendole che la sorella ha avverato il suo sogno ed è andata a studiare pianoforte a Vienna. Don Gusmao decide, infine, che Euridice non dovrà più incontrare o sapere nulla della povera Guida.

Il mio primo film di Karim Ainouz, questo La vita invisibile di Euridice Gusmao, racconta il contesto sociale brasiliano degli anni ’50 e non solo, in modo incredibilmente realistico e veritiero. Durante la visione, allo spettatore, vengono poste davanti agli occhi molteplici situazioni concettualmente e visivamente pesanti da digerire. Il film denuncia la condizione femminile precaria del tempo, ma allo stesso modo, ci mostra il lato debole e i difetti di entrambe le ragazze. Non si vuole, infatti, idolatrare le due protagoniste, ma le si vuole rendere più umane possibili. Ainouz non si fa problemi a mostrare anche i lati più controversi e sudici delle cose, del rapporto matrimoniale, della vita miserabile, della vita per strada, della maternità. La pellicola vuole indagare e mostrare la realtà per come è, ma sta allo spettatore farsi una sua idea sulla vicenda e sulle problematiche esposte. Idea che, in alcuni momenti, viene, però, suggerita dal film stesso. I temi toccati sono moltissimi e la cura visiva ed estetica dell’opera è veramente precisa. La vita invisibile di Euridice Gusmao è, senza ombra di dubbio, uno dei film migliori presentati al festival di Cannes, quest’anno.

Senti la mancanza di un uomo? Spruzza del dopobarba in casa.

Zelia (Maria Monoella) nel film

La regia di Ainouz regala al pubblico una ricerca precisa, quasi ossessiva, dell’espressività nelle interpretazioni. Il suo è uno stile profondamente diretto, d’impatto, mirato, reale e concreto. All’interno del film, si possono distinguere due tipologie di sequenze: quelle drammatiche, più dolci e poetiche e quelle più crude, più violente e, a volte, veramente scioccanti. Ainouz mostra il rapporto eterosessuale in tutta la sua violenza e bestialità. Le scene di sesso, presenti nel film, non veicolano volutamente un’idea di amore e passione reciproca, bensì un’idea di lotta tra domatore (l’uomo) e preda (la donna). Viene, quindi, rimossa completamente tutta la bellezza e il significato amoroso del rapporto sessuale. Il regista presta moltissima attenzione, inoltre, all’importanza, nel racconto, del contesto e dell’ambientazione. All’interno del film, per due ore e dieci minuti, si respira dietro ogni angolo l’aria e l’atmosfera del Brasile e, in particolare, di Rio de Janeiro. La regia valorizza ancora di più questo aspetto, presentando benissimo e con enfasi, le condizioni precarie e misere della maggior parte degli ambienti e delle location. L’attenzione e la cura registica donano una caratteristica aggiuntiva all’atmosfera del film. Si percepisce maggior sicurezza nelle zone degradate della città. Il vero pericolo e la vera miseria, quella mentale, si trovano, infatti, negli ambienti alti, in quelli, che dovrebbero essere, più istruiti. Ainouz dimostra, infine, una capacità di virtuosismo impressionante, conferendo al film una dose aggiuntiva e benvoluta di autorialità.

L’obiettivo primario del film è quello di raccontare una storia vera e popolata da personaggi ben costruiti e caratterizzati. In questo, la sceneggiatura compie un ottimo lavoro, regalando una vicenda inedita o, ad ogni modo, poco frequente nel panorama cinematografico attuale. Sì, l’intento originario dell’opera è quello di denunciare il maschilismo imperante nel Brasile degli anni ’50 – preso d’esempio per fare, poi, un discorso di carattere generale – e di valorizzare l’emancipazione femminile. Infatti, dopo la sorella, sarà proprio Euridice che tenterà di agire per migliorare e dare maggiore spessore alla propria vita. Il suo sogno da sempre è quello di andare a studiare pianoforte al conservatorio di Vienna. Nonostante la quasi totale privazione dal raggiungimento di questo desiderio, essa continuerà, in maniera più limitata ma effettiva, a coltivare la propria passione. Euridice non si accontenta e non vuole rimanere un angelo del focolare per tutta la sua vita. Questa proverà – in modo tutt’altro che drastico, al contrario della sorella – di uscire ed evadere le convenzione sociali che le vengono imposte. Il gesto drastico lo farà in seguito alla scoperta di un torto subito, cui responsabile è, appunto, il suo nucleo familiare. Il film gioca moltissimo su questa alternanza di contrasti. Guida che conduce la sua intera esistenza in modo misero ed infimo ed Euridice che diventa una sposa borghese annoiata e seccata. Seccata, in primis, da suo marito e, come già affermato, dal ruolo affidato alla donna al tempo; la giovane tenterà un’evasione che non avrà risultato effettivo. Questo è La vita invisibile di Euridice Gusmao. Una storia, scritta in modo molto duro e spigoloso, sul prezzo delle bugie e sulla denuncia della condizione femminile. Condizione che, ancora in molti paesi, continua a sussistere. Guida ed Euridice sono due donne molto forti caratterialmente che tentano di spiccare il volo, di cambiare la propria vita, ma che rimangono schiacciate dalle pressioni sociali operate su di loro.

La potenza della storia non potrebbe essere tale se non fosse corredata da interpretazioni così ispirate. Prime fra tutti Carol Duarte, nel ruolo di Euridice, e Julia Stockler, nel ruolo di Guida. Le prove attoriali di entrambe, soprattutto nelle scene più drammatiche, violente e crude visivamente, rendono l’atto mostrato ancora più oscuro e malfamato. Negli occhi delle due, si legge chiaramente la sofferenza e l’oppressione provocata da questo ambiente maschilista, machista e ristretto mentalmente ed idealmente. La Duarte e la Stockler regalano delle interpretazioni che si incastonano duramente nella mente e nei ricordi dello spettatore. Metà del film si regge sulle loro spalle. Molto bravi anche gli altri interpreti presenti, anche se con ruoli molto ridotti ed inferiori a quelli principali. Menzione speciale per Barbara Santos, nel ruolo dell’amica e madre spirituale di Guida, Filomena, che arricchisce il film con un’interpretazione decisa, convinta, ma toccante e profondamente emozionante in un paio di scene. L’ultima menzione d’onore va a Fernanda Montenegro che, nel lungometraggio, interpreta Euridice da anziana ed è il pilastro fondamentale del finale della pellicola.

Il quadro complessivo dell’opera del brasiliano Ainouz viene arricchito da un comparto fotografico, di luci e colori fenomenale. Alla pellicola viene conferito ancora più spessore visivo ed estetico grazie alla grana che si decide di darle. Questa, grossa, quasi polverosa, restituisce incredibilmente l’idea di viaggio indietro nel tempo, verso un’epoca passata. Nonostante, però, il film parli del Brasile degli anni ’50 – ripetendomi – questi problemi continuano ad esistere nel mondo contemporaneo. Due ulteriori comparti tecnici veramente ben curati sono la ricostruzione temporale, storica e di costume degli anni ’50 (quindi ambientazioni e costumi) e la colonna sonora, comprendente tracce di musica classica e di musica appartenente ad una cultura più sudamericana, più brasiliana, appunto. Tutto ciò conferisce un spessore aggiuntivo ed accresce la resa finale dell’atmosfera della pellicola.

A sinistra Barbara Santos, nel ruolo di Filomena

Il film di Aiunoz – vincitore del premio Un certain regard al Festival di Cannes di quest’anno – è un film pieno di spunti di riflessione interessanti e ancora attuali – come la situazione precaria di parte della popolazione residente a Rio de Janeiro e la presenza di segregazione ed oppressione della popolazione femminile in molti paesi del mondo. Il film mostra quello che vuole senza peli sulla lingua, in modo diretto, a volte anche spietato e crudo, ma proprio questa sua caratteristica di realismo, rende La vita invisibile di Euridice Gusmao un film ancora più vero, strepitoso, autoriale ed originale. La pellicola regala, inoltre, una varietà, che non disturba, perché equilibrata, di ritmi e tempi differenti. Così come a livello di messa in scena e di sceneggiatura, anche a livello di ritmo, combaciano perfettamente i momenti più violenti, con un ritmo più frenetico e serrato, e i momenti riflessivi, in cui, spesso, si lascia spazio anche all’espressione della voce interiore e ai pensieri delle protagoniste. Una regia sublime, una sceneggiatura profonda, interpretazioni sofferenti e magistrali ed una colonna sonora interessante conducono lo spettatore ad una chiusura a cerchio estremamente poetica e metaforica, in un misto di soddisfazione ed amarezza.

La famiglia non è sangue. È amore.

Euridice (Carol Duarte) nel film

VOTO 8.5

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