Grandi bugie tra amici, piccole delusioni al cinema

Seguito di Piccole bugie tra amici, il film di Canet non riesce a conciliare la propria parte comica con quella drammatica, quasi nera. La pellicola non raggiunge, così, a pieno l’obiettivo prefissato, risultando, il più delle volte, quasi noiosa

Nessuno di noi è perfetto e, in quanto umano, non posso aver visto tutti i film di questo mondo. Ovviamente. Piccole bugie tra amici – commedia francese del 2010 diretta da Guillaume Canet – è uno di quei film che ancora devo recuperare. Mea culpa. Non sapendo che questo Grandi bugie tra amici fosse il seguito di quella pellicola, sono andato al cinema, convinto di vedere un soggetto totalmente nuovo, non un sequel. Magari, la mancata visione del primo capitolo mi ha distolto leggermente dall’effetto nostalgia, voluto in questo secondo capitolo, e dal quadro generale della duologia diretta da Canet. Nonostante ciò, sono qui per recensire e fare una critica del secondo capitolo in quanto tale, in quanto film a sé e, quindi, slegato ed indipendentemente dai prodotti collegati e affini. Grandi bugie tra amici (avrei tradotto il titolo originale, Nous finirons ensemble, perché questo non ci azzecca nulla) è un film che parte come una commedia, ma si trasforma in tutt’altro. Non che i generi della commedia e del dramma non possano coesistere – basti vedere Perfetti sconosciuti, per esempio -, ma la chiave sta nell’equilibrio tra le parti. E, diciamolo, questo film di equilibrio ne ha ben poco. Grandi bugie tra amici è un film che, sulla carta, avrebbe potuto portare alla creazione di gag e situazioni esilaranti, ma che preferisce parlare d’altro e focalizzarsi su altri aspetti, perdendo il filo della narrazione e, di conseguenza, l’attenzione dello spettatore.

La mano registica di Guillaume Canet è ben presente e i movimenti di macchina sono molto decisi. Gli elementi registici preferiti da Canet – essendo pure attore – sono, senza dubbio, gli zoom sulle espressioni dei personaggi e i primi piani. La sua è una regia molto attenta a valorizzare maggiormente l’espressività e la bravura attoriale, che l’ambiente in cui questi interpreti si muovono. In molte sequenze, la direzione registica di Canet riesce a far immergere lo spettatore nella vicenda e nei momenti di divertimento e festa tra i personaggi. Canet ha un’impressionante abilità a far sentire il pubblico come parte del grande gruppo di amici composto da Cluzet e soci. L’occhio registico di Canet, in più, sa come alimentare l’interesse dello spettatore in molti momenti della vicenda e questo è, senza dubbio, un elemento che garantisce la riuscita tecnica della pellicola.

Il fattore di maggior riuscita della pellicola sono, sicuramente, il cast e le interpretazioni. Tutte di grande livello e spessore, le varie prove attoriali presenti riescono a spaziare dall’ambito comico ad uno prettamente drammatico. Tra gli interpreti migliori della pellicola, troviamo, al primo posto, il grande Francois Cluzet (il pubblico italiano lo ha conosciuto in Quasi Amici di Olivier Nakache e Éric Toledano, nel ruolo di Philippe), che qui presta il volto a Max, un imprenditore fallito e depresso, sul punto di rottura. Per il suo compleanno, gli amici – che non vede da molto tempo e parziale colpa della propria depressione – decidono di fargli una sorpresa e di presentarsi alla casa delle vacanze di Max, che al momento si è rifugiato proprio lì per stare da solo e ricaricare le batterie. La visita degli amici non viene presa proprio benissimo dal nostro Max, che tenterà di mettere su una maschera, nascondendo, ai suoi amici, i propri problemi. Tra i compagni del nostro Max, troviamo attori di grandi rilievo e, tutti, eccellenti nelle proprie interpretazioni. Nel cast figurano, infatti, la sempre perfetta ed espressiva Marion Cotillard; il duro ed austero, ma anche un po’ impacciato, Gilles Lelouche – che aveva diretto Canet nel suo magnifico Sette uomini a mollo -; il comic relief vero e proprio, Laurent Lafitte nel ruolo di Antoine; Benoit Magimel che, nel film, rimane sempre un po’ sottotono; e Pascale Arbillot nel ruolo della ribelle e impulsiva Isabelle. Il livello delle differenti prove attoriali, come già affermato, è incredibilmente alto, ma tutto ciò non basta a colmare le mancanze della sceneggiatura.

E proprio la mancanza di una buona sceneggiatura è tra i difetti principali della pellicola. Come scritto sopra, il film non riesce, infatti, a conciliare le due porzioni, le due essenze, i due generi che la compongono: commedia e dramma. Non si sa quando ridere dei personaggi e quando empatizzare con loro. Alcune gag e scambi di battute falliscono, inoltre, nel loro intento originario, provocando nello spettatore un misto di imbarazzo e dubbio. Una cosa è sicura, chi cerca un film leggero con cui passare due orette serali rimarrà soddisfatto. Chi, come il sottoscritto, cerca una commedia arguta, tagliente, affilata, magari anche politicamente scorretta, è bene che cerchi altrove. I temi presenti nella pellicola sono molteplici. Si passa dal tema dall’amicizia all’amore, dalle passioni non corrisposte all’omosessualità, dalla condivisione di momenti indimenticabili alla depressione. La maggior parte di questi viene, tuttavia, trattata superficialmente e per sommi capi; a volte, anche in modo stereotipato. Inoltre, a mio parere, il film è, forse, un po’ troppo lungo per ciò che propone. Alla lunga, infatti, rischia di annoiare ed essere ripetitivo. La ripetitività è ulteriormente sottolineata dal fatto che la maggior parte degli eventi sembra avvengano per caso, come fossero coincidenze.

Max, siamo tornati perché non vogliamo vivere senza di te…

Marie (Marion Cotillard) nel film

Per quanto riguarda la fotografia, il film dimostra qualche trovata intelligente e suggestiva, soprattutto sul finale. Però, in fin dei conti, traspare una buona dose di normalità nei colori e nel lavoro della fotografia. Si passa da toni caldi per gli interni e toni freddi e molto spigolosi per gli esterni. In un paio di scene, però, la fotografia supporta la carica drammatica ed emotiva di alcuni momenti specifici. Insieme alle interpretazioni e alla regia, però, vince un premio anche la colonna sonora impiegata. Composta prevalentemente da musica anni 80 – come Slave to Love di Bryan Ferry -, tracce dance e disco, così come avveniva nel celebre Quasi Amici e nel recentissimo Sette uomini a mollo – che presentava quella bellissima sequenza d’allenamento con Physical di Olivia Newton-John. Molte situazioni, nel film, vengono arricchite, a livello di tono e stile proprio beneficiando del meraviglioso soundtrack.

Grandi bugie tra amici è un film, di cui si notano le intenzioni, ma, che si perde, presentando un ritmo estremamente rallentato e sconclusionato e una sceneggiatura che avrebbe potuto portare ad un qualcosa di fresco e nuovo, nel panorama del cinema francese di genere, se avesse osato un po’ di più. Il film poteva essere un qualcosa di irriverente, divertente, satirico ed ironico, invece finisce per accontentarsi di uno svolgimento ed evoluzione della trama per cliché e banalità. Tutto sembra avvenire a caso e senza un piano e progressione ben precisi e lo spettatore esce dalla sala con l’amaro in bocca. La possibile identità che avrebbe potuto avere l’opera di Canet viene distrutta da una mal conciliazione ed equilibrio tra le due entità del film, tra la parte drammatica e più nera e quella comica – neanche troppo brillante, a dire il vero. Cosa resta, quindi, alla fine della giostra? Rimane un film ricco di potenzialità, con una regia buona e curata ed una colonna sonora ritmata e di carattere. Certo, soltanto questi tre elementi non riescono a fare, di questo Grandi bugie tra amici, un film perlomeno riuscito nei suoi intenti primari.

VOTO 6

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