Il Re Leone, un remake privo di emozioni

Il live action Disney diretto da Jon Favreau spinge sull’accelleratore della nostalgia, ma si dimentica dell’empatia con i personaggi, penalizzata da una CGI asettica

Fin dal primo annuncio risalente al 23 novembre 2018, il remake de Il Re Leone mi faceva paura. Perché rifare un film d’animazione – tra l’altro, iconico e amato da tutti – composto unicamente da animali? Si rischiava di cadere nell’impersonalità della CGI e rendere il tutto solamente una reskin live action del film del 1994, come se fossero cutscenes di un videogame. Pur essendo andato al cinema libero da tutti questi timori, queste mie paure si sono rivelate fondate e vere, alla fine. Il Re Leone di Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man e del live action de Il libro della giungla (Happy Hogan nel MCU), non è altro che un remake privo della magia e del pathos dell’animazione, in cui tutto pare sterile, asettico, distaccato. Più di regalar emozioni, questo film regala domande. Tante domande.

Mufasa e Simba nei primi minuti del film

Questa mia impressione è la conseguenza di un fattore principale: la mancanza di senso dell’intera operazione, anche solo confrontata con gli altri live action Disney – produzione cinematografica iniziata nel 2010 con Alice in Wonderland di Tim Burton e continuata con Maleficent di Robert Stromberg e Cenerentola di Kenneth Branagh). Basti soltanto vedere il roster dei personaggi degli scorsi live action. Alice in Wonderland era composto per la maggior parte da umani, Maleficent pure, Cenerentola segue la scia. Con Il libro della giungla si inverte la tendenza, perché l’unico essere umano del film è Mowgli, il resto è tutta fauna animale. In La Bella e la Bestia avevamo un personaggio completamente in CGI e lo stesso succede in Dumbo dell’anno scorso di Tim Burton che presenta un elefantino completamente in CGI e da molti criticato. Vi è un ultimo cambio di rotta con il pop Aladdin di Guy Ritchie – che ho personalmente apprezzato -, arrivando, infine, a questo film, in cui non troviamo neanche un essere umano, com’è giusto che sia. Ecco, perché continuo a non spiegarmi il senso di codesta operazione, visto che l’assenza di esseri umani all’interno del film non fa altro che rendere tutto ciò che accade su schermo finto e costruito. Alla fine non è neanche un live action vero e proprio, poiché di un’azione vivente non vi è ombra.

La trama è tanto celebre quanto replicata, basti vedere soltanto il recente Black Panther di Ryan Coogler che riprende alcuni archetipi. Mufasa è il Re Leone e viene ucciso, per invidia e brama di potere, dal fratello Scar, alleatosi con le iene. Simba, figlio di Mufasa, pensando di essere la causa della morte del padre, scappa dalla Rupe dei Re e incontra la strana coppia, Timon e Pumbaa, per poi, in seguito, ritornare a casa e prendere il suo posto nel cerchio della vita. Della trama viene cambiato poco o nulla, se non alcuni dettagli che vengono leggermente modificati e, a volte, approfondite per arrivare alla durata di quasi due ore. Ad eccezione di Dumbo, infatti, questi live action Disney si caratterizzano per essere molto fedeli al film d’animazione originale.

Devi prendere il tuo posto nel cerchio della vita

Mufasa (doppiato da uno stupendo Luca Ward) al figlio Simba nel film

In un film del genere, in cui tutto è a livello digitale, non ci sono attori da dirigere, la regia, a parer mio, perde molto della sua bellezza e del suo potere di potenziamento dell’azione filmica. Sì, belli gli scorci, i paesaggi, la savana, l’alba, gli sfondi e tutto. Ma la regia di Jon Favreau, che mi era molto piaciuta in Il libro della giungla, all’interno di questo film, spicca, sì e no, tre, quattro volte e, in particolar modo, nelle scene abbastanza concitate, con la macchina da presa puntata quasi a selfie sul volto dei personaggi. Alcune immagini sono veramente dei quadri in CGI, ma ricordiamo che tutto ciò non è interamente merito di Favreau ma dei registi della versione del 1994, Rob Minkoff e Roger Allers. Il regista-padre del MCU non ha fatto altro che trasporre quello che questi due signori avevano fatto in CGI. I movimenti di macchina erano quasi tutti lì pronti, le immagini e i momenti su cui soffermarsi erano lì, i concept art erano tutti lì. Il lavoro di Favreau è stato sicuramente molto aiutato dalla concezione artistica dei registi del primo capitolo animato della serie con protagonista Simba. Con ciò non voglio dire che l’operato di Jon Favreau sia stato meno difficile o comunque meno duro, anzi egli tenta di aggiungere qualche movimento di macchina in più, di dare più spessore a certe scene, di iniziarle e finirle in modi differenti, ma il tutto rimane molto simile all’originale, forse troppo.

Non sto neanche a parlare dei personaggi, della loro caratterizzazione, della loro evoluzione, perché, come già ribadito, tutto è identico al predecessore. Ho rivisto il giorno stesso della mia capatina al cinema l’originale del 1994 e la maggior parte dei dialoghi e della sceneggiatura è identico al film di Minkoff e Allers. E’ come se avessero preso lo stampo del cartone e avessero compiuto un upgrade grafico del tutto. E questa cosa, a mio parere, risulta molto frustrante, poiché, così facendo, “addio originalità” e voglia di portare qualcosa di nuovo. Anche solo con La Bella e la Bestia tutto ciò non avveniva, perché la storia era presa ed era diretta in modo diverso, aggiungendo molti dettagli che davano spessore al tutto, come l’omosessualità velata di Le Tont. E poi, il remake live action aveva e, ripeto, aveva, un senso.

Scar (Massimo Popolizio) nel film

Arriviamo quindi alla parte che costituisce l’80% della produzione: la computer grafica o CGI. All’interno del film tutto, a partire dai leoni fino ad arrivare ai topolini è reso in modo ottimo. A volte ci si dimentica che quelle che stiamo vedendo sono immagini disegnate ed animate al computer. Ma non è tutto oro ciò che luccica. C’è una cosa veramente minima (notare l’ironia) che questi poveri animali devono fare: cantare. E qui arriva il bello. L’iper realismo quasi – e dico quasi perché la CGi in alcuni momenti non è particolarmente apprezzabile – perfetto penalizza ovviamente la riuscita dell’effetto del canto sulle bocche degli animali. Se, in alcuni, tutto ciò non si nota (per esempio in Zazu), in altri, soprattutto nei leoni, tutto ciò risulta a dir poco fastidioso. Basta che tu, lettore, ti ponga una semplice domanda: vedresti mai, in un documentario di National Geographic, per esempio, un leone vero cantare? Ovvio che no. Ecco, questo è quello che accade nel film. L’iper realismo porta ad avere animali con la bocca rigida e aperta giusto perché devono avere la parvenza del canto. La CGI penalizza anche il ballo, molto presente, soprattutto con Timon e Pumbaa nel capitolo del 1994. Qui si corre, si salta, ma non si balla come nell’originale. Manca, appunto, quell’atmosfera cartoon. Un’altra caratteristica, che la computer grafica porta ad essere un difetto, è l’espressività di questi poveri animali, perché non si può dare ad un leone della savana l’espressione umana del pianto, così si va contro i principi per cui questo film è nato. Tutto questo discorso porta, però, ad una sola conclusione. Manca totalmente l’empatia e l’emozione che questi personaggi dovrebbero trasmettere allo spettatore. E’ come piangere vedendo un documentario in cui un leone uccide un’antilope. Ok, può provocare un turbamento emotivo, ma non arriva a smuovere il pianto, perché gli umani tendono a reagire in questo modo nei confronti dei loro simili o quando un animale viene umanizzato, cosa che in questo film non succede. Ecco, la ragione del titolo, forse un po’ provocatorio, ma essenzialmente veritiero.

Hakuna Matata!

Il motto di Timon e Pumbaa che Simba ben presto imparerà

Arriviamo all’altra grande porzione del film: le voci e il doppiaggio. Avendo potuto vedere sola la versione italiana del film (e direi che mi basta, anche se rimango curioso) posso affermare che l’adattamento e il doppiaggio italiano è, come al solito, di buona fattura anche se ci sono, come ovvio che sia, delle stonature. Partiamo dai punti positivi. Primo fra tutti, Luca Ward. Che dire se non che, attualmente, Luca Ward è senza ombra di dubbio il miglior doppiatore vivente. Egli dona al personaggio di Mufasa un’interpretazione vocale veramente densa, calda, profonda, accogliente ed emozionante (una delle uniche cose veramente emozionanti dell’intero film). La sequenza, in cui Simba parla con lo spirito di suo padre, e Ward pronuncia quel “Ricordati” così profondo e confortevole, via che si va con la pelle d’oca. Una delle scene in cui è presente la voce di Luca Ward è l’unica che sia riuscita a strapparmi una lacrima, ovvero quella in cui Mufasa parla al figlio delle stelle dopo averlo salvato dalle iene. Incredibilmente emozionante e commovente. Ad accompagnare, troviamo un Massimo Popolizio, nei panni di Scar, bravo, ma che non potrà mai rivaleggiare con il doppiaggio di Tullio Solenghi del film del 1994; ed Edoardo Leo e Stefano Fresi (di nuovo insieme dopo la trilogia di Smetto quando voglio), nei rispettivi ruoli di Timon e Pumbaa. Un doppiaggio, il loro, a parer mio, molto buono, proprio perché non cerca di rivaleggiare con il passato – come quello di Popolizio. Entrambi hanno una grande sintonia e complicità ed anche nelle parti cantate tirano fuori i muscoli. Arriviamo, infine, alle note dolenti. Qui lo dico e qui lo nego; basta far doppiare personaggi nei film a cantanti. Saranno anche bravi nel canto, ma non riescono a doppiare credibilmente. E’ questo il caso di Marco Mengoni (Simba adulto) ed Elisa (Nala adulta). Ok, bravi a cantare e tutto il resto, belli i duetti, ma il doppiaggio vero e proprio? Dov’è? Tra i due, senza dubbio, se la cava meglio Mengoni, anche se a volte tende a fare una voce fin troppo acuta, a spingersi troppo in alto. Il doppiaggio di Elisa è a dir poco fastidioso per i timpani.

Terminiamo in bellezza con l’elemento più emozionante del pacchetto nostalgia formato Il Re Leone: la colonna sonora. Senza dubbio, la pelle d’oca viene e viene spesso non tanto per le scene d’azione, per i dialoghi, per i personaggi, quanto per le leggendarie e storiche tracce che accompagnano le scene del film. La colonna sonora, arrangiata anche questa volta da Hans Zimmer, comprende pezzi storici come The Circle of Life, I Just Can’t Wait To Be King, Hakuna Matata, Can You Feel The Love Tonight. Le emozioni volano quando parte il classico tema iniziale con l’alba sulla savana e i ritmi e le sonorità africane in sottofondo. Marco Mengoni ed Elisa nelle parti canore principale se la cavano egregiamente, ma, senza ombra di dubbio, non raggiungono minimamente la prova canora e la potenza di Beyonce nella colonna sonora originale. Una cosa però è certa: meglio di entrambe le colonne sonore, senza dubbio, è quella italiana del film animato con la bellissima Il Cerchio della Vita cantata da Ivana Spagna. Una nota positiva è rappresentata dalla nuova canzone di Sir Elton John che appare durante i titoli di coda, Never Too Late.

Beyonce presta la voce a Nala nella versione originale del film

Per concludere, Il Re Leone, a parer mio, non è altro che una mera trovata commerciale per far ritornare i fan e amanti – tra cui il sottoscritto – dell’originale del 1994 in sala e per sbancare al botteghino , dopo il successo di Avengers: Endgame. E quest’operazione, bisogna dire, che gli sta riuscendo bene a quelli di Disney. Da un lato, utilizzano la popolarità del brand e del film, dall’altro, i nomi degli attori e il cast del doppiatori (prima fra tutti, Beyonce, nella versione originale, Marco Mengoni ed Elisa in quella italiana). L’effetto nostalgia funziona? Sì, ma in parte. Perché superati i primi brividini al sentire Nants ingonyama bagithi Baba al sorgere del Sole sulla savana, ci si confronta con una CGI asettica che raggiunge i suoi scopi (ovvero rifare Il Re Leone in modo realistico), ma non incontra il cuore dello spettatore – se non per qualche elemento, come la colonna sonora. Spettatore che, quando uscirà dalla sala, si chiederà inevitabilmente, se ciò che ha appena visto non fosse che l’originale camuffato in una veste grafica moderna. Infine, sul viso di questo, si formerà una smorfia di delusione al vedere che all’interno del portafoglio mancano non cinque, ma otto o dieci euro. Il senso umano della creazione di questo prodotto non si è ancora riscontrato. Allo stesso tempo, dopo aver visto questo film, non mi spiego perché la produzione abbia voluto eliminare un personaggio in CGI, Mushu, da uno dei prossimi film live action – in uscita a gennaio – Mulan.

VOTO 7-

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