Il signor Diavolo, Avati ritorna all’horror

Pupi Avati firma un horror per pochi, con tinte gotiche, fermo nel tempo, fermo tra passato e presente. Il signor Diavolo inquieta e omaggia il giallo e l’horror all’italiana anni ’70/’80

Era del 1983 (con Zeder) che Pupi Avati non dirigeva un horror. Da tempo, infatti, il regista si era dedicato al filone della commedia all’italiana (ovvio, non una commedia all’italiana becera come, per esempio, quella di Boldi e De Sica). Si sentiva, quindi, la mancanza di Avati nel panorama horror italiano – arricchito quest’estate da un altro progetto molto interessante, The Nest (Il Nido). Il regista bolognese recupera il suo occhio verso l’orrore, la suspense, il mistero e il gotico e costruisce un film fermo nel tempo, diviso tra mezzi nuovi e altri un po’ troppo posticci, quasi amatoriali e antiquati. Da un lato, si omaggia il vecchio giallo all’italiana, dall’altro si cerca di raggiungere un pubblico giovane e nuovo attraverso un’immagine molto più pulita rispetto al passato e una fotografia incredibilmente ispirata.

Il film è ambientato, per la maggior parte, nelle Valli di Comacchio e nel territorio tra Emilia e Veneto. Luoghi molto piacevoli e tranquilli nella realtà, ma che, sullo schermo, insieme alla visione di Avati, diventano location da brivido, maligne, quasi fantastiche e surreali. La storia si svolge nel 1952, in un piccolo borgo veneto, dove un ragazzino, Carlo, ha ammazzato con una fionda un suo coetaneo, Emilio, affermando di aver ucciso, in questo modo, il signor Diavolo. Peccato che il bambino ucciso non sia nient’altro che il figlio di una delle personalità più influenti della regione, sostenitrice vitale di Democrazia Cristiana (al tempo al governo). L’uccisione del figlio sembra, però, essere stato il risultato di un processo di inculcamento, nella mente del giovane assassino, di preconcetti da parte del sagrestano del paese e una suora. L’omicidio potrebbe, di conseguenza, portare ad una perdita di fiducia, da parte della madre del giovane Emilio, nei valori di Democrazia Cristiana. L’ispettore Momentè, funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, viene inviato da Roma a Venezia per fare chiarezza ed evitare che quest’episodio si converta in una catastrofe politica, ovvero la perdita di appoggio da parte della regione Veneto. Questo è il suo primo vero caso e, dopo suddetto, la sua vita non sarà mai più come prima.

La mano di Avati c’è e si riconosce fin dalla prima scena, in cui la camera si trova praticamente al livello del pavimento e assistiamo ad un atto, a dir poco terrificante, come se fossimo nascosti sotto un letto. Da questa sequenza hanno inizio una sequela di eventi che inquietano e spaventano lo spettatore, fino ad arrivare al climax massimo sul finale. La regia di Avati è un qualcosa di incredibile, magistrale, ansiogeno, perfetto e claustrofobico. La direzione registica ha come obiettivo principale quello di enfatizzare l’azione e renderla il più riuscita possibile dal punto di vista visivo – soprattutto se si tratta di una sequenza horror e piena di suspense. Quest’ultima pone in rilievo, inoltre, le location, l’ambientazione e le rende come un qualcosa di vivo e di malignamente sinistro. All’interno del film, Avati ci regala alcune sequenze, registicamente, ispirate e piene di tensione (due di queste riguardano una chiesa e la suspense è sempre alta). Unica nota a sfavore sono gli slow-motion – utilizzati per dare ancora più importanza all’azione – che rovinano completamente alcune scene, altrimenti ansiogene.

Il giovane Filippo Franchini nel ruolo di Carlo

Un altro comparto veramente in forma smagliante è la fotografia: stupenda, dà l’idea di sporco, di degrado, di povertà sia materiale che mentale, caratteristica principale degli abitanti di questo piccolo borgo veneto. La popolazione di questa piccola area del Veneto è prevalentemente contadina e ancora profondamente assoggettata alle idee dei potenti, dei signori, ma anche della Chiesa. Un popolo molto superstizioso e credulone, quindi. Suddetta superstizione sarà la rovina vera e propria della comunità e delle persone che hanno a che fare con l’omicidio del giovane Emilio. Allo stesso tempo, la fotografia è caratterizzata da una natura quasi realista e veicola anche l’idea di insonnia e fatica provata da, praticamente, tutti i personaggi. Tutti questi elementi aumentano ancora di più il senso di oppressione e di incubo dell’intera pellicola.

Il terrificante Emilio (Lorenzo Salvatori) in una scena del film

I personaggi principali del film sono tre: Furio Momentè (Gabriel Lo Giudice), il funzionario statale che viene inviato in Veneto per indagare sull’accaduto e trovare una soluzione; Carlo (Filippo Franchini), un bambino profondamente sottomesso ai concetti e ai preconcetti della Chiesa, alle superstizioni e ad una cultura tipicamente contadina, un personaggio, quello di Carlo, che riserverà molte sorprese all’interno del film; ed, infine, Emilio (Lorenzo Salvatori), il figlio di Clara Vestri Musy – donna molto potente della regione -, preda dei pregiudizi di tutti gli abitanti del borgo perché accusato di aver ucciso la sorellina; ritenuto, da Carlo, come il diavolo in persona e il responsabile della morte dell’amico Paolino, in seguito ad una ragazzata di quest’ultimo. Lo Giudice, attore a dir poco sconosciuto nel panorama del cinema italiano, ce la mette tutta, ma non riesce a portare dalla sua il pubblico. La sua è un’interpretazione molto insipida che si salva solamente in alcuni momenti. Il tutto è poi accentuato dal personaggio in sé, ovvero il tipico protagonista da giallo all’italiana che provoca tutto tranne simpatia agli occhi dello spettatore (come lo era, per me, Marc in Profondo Rosso). Furio, alla fine, non è altro che un semplice inetto. Le vere star della pellicola sono loro: i due giovani attori, Franchini e Salvatori. Entrambi interpretano con una bravura veramente speciale e allarmante i due personaggi che tengono in piedi tutto il film e tutta la vicenda. Nella coppia, senza dubbio, spicca maggiormente Salvatori con una recitazione molto grottesca e fisica. Ogni volta che appare sullo schermo, un brivido scorre lungo la schiena dello spettatore. Nel complesso, il film conta numerose interpretazioni di livello. Non tutte, però. Personalmente, avrei prestato più attenzione ad alcune prove attoriali, a volte al limite dell’amatoriale, troppo, troppo italiane. L’asticella della qualità si alza, però, con molte partecipazioni speciali come quelle di Alessandro Haber, Andrea Roncato e Gianni Cavina.

A livello di scrittura, il film si mantiene su toni, ritmi e tempi molto buoni. Il linguaggio rispecchia la collocazione temporale data ai fatti e, all’inizio, può risultare molto difficile da comprendere e seguire. Si creano momenti di alta suspense e di alta tensione in cui il tutto è affidato, oltre che alla sceneggiatura, anche alla regia (molte volte a camera fissa) e alle interpretazioni. Si vuole condurre lo spettatore verso una direzione di pensiero ben precisa, ma, successivamente, lo si stupisce con un finale che, seppure fin troppo affrettato, molto rapido, mal costruito ed introdotto, colpisce, proprio perché scontato e, per questo motivo, inaspettato. Come temi trattati e toni siamo molto vicini al film La casa dalle finestre che ridono dello stesso Avati (1976). All’interno della pellicola non si esplode, se non in rari casi, nella violenza più becera, nel gore, nel sangue a cascata, ma si gioca moltissimo sull’atmosfera, garantita dalle ambientazioni, dalla colonna sonora (altro gioiellino della produzione); ma anche sugli sguardi, le parole e, naturalmente, la regia e la fotografia. Sì, scene violente ce ne sono e sono realizzate molto bene, ma non si arriva ai livelli di sangue di gotici all’italiana come Suspiria e gialli all’italiana Profondo Rosso.

In conclusione, il ritorno all’horror da parte di Pupi Avati fa centro, rivolgendosi, in particolar modo, agli amanti del filone del giallo e dell’horror italiano anni ’70/’80, di cui lo stesso Avati è stato pietra miliare. Il signor Diavolo non è un film per tutti e sicuramente non farà breccia nei cuori di tutti, soprattutto del pubblico medio e main stream. La produzione di Avati, nonostante il basso budget, riesce, però, ad inquietare e tenere alta la suspense. Certo, di difetti ce ne sono. Primo tra tutti, l’utilizzo, a mio parere, poco saggio della computer grafica che, in molte sequenze, appare come un qualcosa di tirato via e di posticcio. Avrei preferito si optasse per i sempre cari effetti speciali old school come sangue finto e props fisici. Si continua, poi, con la presenza di una storyline dai toni romantici, superflua ed inutile; arrivando, infine, ad una conclusione fin troppo scontata ed affrettata nelle tempistiche. Mi auguro, detto ciò, che Il signor Diavolo non sia solamente un mero revival del passato del regista come maestro dell’orrore, ma che sia il primo di una lunga serie di nuovi film gotici e horror targati Pupi Avati.

Una delle inquietanti finestre dal film La casa dalle finestre che ridono (1976)

VOTO 8+

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