Captain Israele

Facendo leva sulla popolarità di Chris Evans come Capitan America, Gideon Raff costruisce un film nella norma che fatica a trovare un suo ritmo ed una sua identità

Anni Ottanta. Sudan. Una squadra di agenti del Mossad, in collaborazione con un gruppo di etiopi, utilizza un resort sudanese, il Red Sea Diving Resort, per portare illegalmente in Israele migliaia di rifugiati etiopi ebrei. Un film che sulla carta poteva offrire ottimi spunti di riflessione, parlando di temi attuali come l’immigrazione e i flussi migratori che stanno “invadendo” l’Europa, mostrando magari scene d’azione ben dirette e concepite e un ritmo costante. La pellicola, purtroppo, è tutto tranne questo o, comunque, cerca di esserlo, ma fallisce miseramente, rivelandosi come un prodotto nella media e certamente poco eclatante.

Alla regia troviamo Gideon Raff, regista israeliano di film semisconosciuti come The Killing Floor e Train e di 24 episodi della serie Hatufim, di cui è anche sceneggiatore. Con un regista più “ferrato”, probabilmente questo Red Sea Diving sarebbe migliorato esponenzialmente. La direzione di Raff è nella norma, la sua regia è da mestierante, è molto insipida e aiutata moltissimo dalle location della produzione. Nelle scene d’azione, seguire ciò che sta succedendo risulta molto complesso e faticoso. Raff inoltre si avvale dell’effetto shaky cam alla Abrams. Tutto ciò porta ad avere una regia confusionaria e caotica, che vuole essere frenetica ma non ottiene altro che l’effetto opposto. Nelle scene di dialogo la situazione viene ristabilita, ma manca comunque quel guizzo artistico e stilistico aggiuntivo che, personalmente, avrei apprezzato, visti gli obiettivi della pellicola.

Confusionaria, disorganizzata e caotica è anche la sceneggiatura caratterizzata da un disequilibrio notevole nelle tempistiche, nella trama, nello svolgimento e per quanto riguarda il genere filmico. Red Sea Diving riesce ad essere, allo stesso tempo, un film impegnato, un action movie “tamarro” e un thriller politico. Si alternano momenti action che, in parte, riescono a far empatizzare lo spettatore con ciò che sta accadendo; e momenti eccessivamente lenti, in cui l’azione principale si ferma e il film diventa un qualcosa di molto leggero e scanzonato. Lo spettatore viene catapultato nell’Etiopia del 1979, fornendogli una preparazione superficiale e accennata del contesto in cui i fatti si svolgeranno (il testo che compare all’inizio dedito alla spiegazione degli antefatti rimane on screen per 2 secondi).

Senza dubbio, l’elemento di maggiore trasporto del film è il fatto che il protagonista, Ari Levinson, sia interpretato da uno degli attori più famosi e in voga del momento, Chris Evans, nient’altro che Captain America. Il ruolo gli si è cucito addosso così tanto che, ora, sembra di vedere il paladino degli Stati Uniti in ogni sua comparsa sul grande schermo. La recitazione e la presenza di Evans riescono, come sempre, a rimanere impresse nella mente dello spettatore, ma qui risultano più scialbe e meno ispirate rispetto a quando questo interpreta Steve Rogers. Il resto del cast risente di questa popolarità dell’attore principale e rimane in secondo piano, nell’ombra per quasi tutta la durata della pellicola con minime prove attoriali memorabili. Tra tutti, sicuramente i due attori che risaltano maggiormente sono Michael K. Williams, la parte morale e più umana del film, e Haley Bennett che tenta di dare alla produzione una controparte femminile molto forte, ma fallisce miseramente. La sua recitazione risulta, ancora più di quella di Evans, incredibilmente poco ispirata. A peggiorare il tutto, ci si mette anche la sceneggiatura che presenta una caratterizzazione sottointesa, sintetica e spenta dei personaggi. A partire da quello di Chris Evans, passando per quelli Bennett (Rachel Reiter), Michael K. Williams (Kebede Bimro) e arrivando a quello di Michiel Huisman (Jacob Wolf), tutti i personaggi che popolano il film appaiono come delle masse piatte e grigie che fanno ciò che fanno per motivazioni indefinite e misteriose, se non accennate.

Leave no one behind

Ari Levinson (Chris Evans) nel film

Dal punto di vista tecnico, nessun settore raggiunge un livello autoriale e artistico che riesca a differenziare questo Red Sea Diving dalla norma e dalla concorrenza. La fotografia ha i suoi guizzi di virtuosismo, ma ciò accade in così poche scene che si possono contare sulle dita di una mano. Manca, inoltre, un comparto sonoro e musicale forte e d’atmosfera che dia allo spettatore l’idea di trovarsi negli anni ’80, magari con l’inserimento di pezzi tipici e caratteristici di quegli anni. Nel film troviamo anche un paio di sequenze che fanno uso della computer grafica e, come le produzioni filmiche Netflix ormai ci hanno insegnato, la CGI in queste sequenze è a dir poco inutili è veramente pessima; in alcuni punti sembra quasi che debba essere ancora renderizzata ed elaborata. Questo dislivello di qualità si scontra con le scene precedenti, ovvero quelle live action, e crea un anomalo senso di malessere in chi guarda.

Chris Evans e Haley Bennett nel film

Un altro grande problema di Red Sea Diving è la mancanza di empatia nei confronti dei personaggi. Causa probabile di questa sensazione è l’inizio molto confusionario, frenetico e disorientante. A ciò si uniscono anche la caratterizzazione superficiale e la stranezza generale dell’intero prodotto. In tutte le scene di tensione, in cui i nostri protagonisti sono in pericolo, potrebbero morire da un momento all’altro; da parte dello spettatore vi è un’apatia che ha dell’incredibile. Il film risulta fiacco, a tratti noioso, non riesce ad intrattenere – se non negli ultimi 30 minuti in cui l’azione si fa più diretta, chiara e frentica -, vuole essere molte cose, ha molteplici obiettivi, arrivando anche ad inserire un sotto testo e dimensione politica che, però, non viene trattata e sviscerata a dovere.

Non riuscendo, quindi, a distunguersi dalla massa, la pellicola di Raff non trova una propria identità. Dopo 2 ore di operazioni furtive, momenti leggeri da comedy, azione confusionaria, dramma e politica, il film si chiude con un finale classico e tradizionale e tutto questo Red Sea Diving inizia ad apparire agli occhi dello spettatore come un qualcosa di insipido, già visto, una minestra riscaldata. Bastava molto poco per non rendere il nuovo film Netflix una frustrazione cinematografica: un regista con una mano e un occhio più personali, una sceneggiatura più curata, interpretazioni più ispirate, una personalità. Il film, come già detto, non eccelle in nessuno di questi ambiti ed entra a far parte di quel gruppo di produzioni di cui il pubblico si dimentica una settimana dopo averli visti.

Tutta la squadra del Red Sea DIving Resort

Ah, nel film c’è anche Ben Kingsley che, indovina un po’, fa Ben Kingsley. Il suo è un personaggio autoritario che fa la voce grossa quando ci sono dei problemi, una figura marginale ai fini della trama e che non porta nulla di memorabile e utile al piatto costruito da Raff.

VOTO 5

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