Ezechiele 25:17. Quando Tarantino inventò un genere

Al suo secondo film, Quentin Tarantino diventa già leggenda, creando un canone che verrà seguito ed imitato da molti, spesso inutilmente

pulp: 1. A soft, moist, shapeless mass of matter. 2. A magazine or book containing lurid subject matter and being characteristically printed on rough, unfinished paper.

Con questa scritta inizia Pulp Fiction, il secondo film diretto da Quentin Tarantino, all’epoca trentenne. Con questo capolavoro assoluto, che viene dopo il violentissimo Le Iene, Tarantino afferma il suo stile e la sua arte indiscussa, dirigendo un film a dir poco sensazionale – tra i migliori del decennio ’90 – e significativo per la storia del cinema. Quando una persona, che non ha mai visto il secondo Tarantino, chiede a uno che l’ha visto – magari molteplici volte – <<qual è la trama del film?>>, di solito è molto difficile trovare una risposta. Una possibile replica potrebbe essere: <<Un film sulla vita criminale, sulla droga, sulla malavita, un film violento con un sacco di sangue>>. Per me, però, questa spiegazione non farebbe giustizia al capolavoro tarantiniano.

Mia Wallace (Uma Thurman) nella sequenza iconica del Jack Rabbit Slim’s

Pulp Fiction non è solo un film thriller e crime, è un vero e proprio esercizio stilistico ed espressivo che Tarantino fa. Pulp Fiction è un mosaico di generi, un mosaico di metodi espressivi diversi e la frammentazione inizia proprio dalla struttura vera e propria del film. I sei capitoli che vanno a comporre la pellicola sono posti in modo sparso e a dir poco confusionario e lo spettatore è colui che ha il compito di riordinarli. All’interno dell’opera viene racchiusa tutta la caratura stilistica del cineasta di Knoxville e il film nasce con un intento ben chiaro: rendere omaggio alla tradizione ormai morta e antiquata della cultura pulp. I Pulp Fiction erano delle riviste (definite anche Pulp Magazines) molto economiche, stampate con carta di bassa qualità e contenenti racconti a tema violento, osceno e sessuale. Il film, però, è un vero e proprio Decameron di citazioni al cinema preferito da Tarantino e ai suoi maestri. All’interno di Pulp Fiction, troviamo riferimenti e citazioni a Hitchcock con il McGuffin – un espediente narrativo utilizzato per destare curiosità e attenzione agli spettatori, ma totalmente inutile ai fini della trama -, rappresentato dalla valigetta; Godard, Siegel, agli anni ’50 con il Jack Rabbit Slim’s in cui compaiono Marilyn Monroe, Elvis Presley e molti film dell’epoca. La regia di Tarantino è un qualcosa di veramente impressionante per un director appena trentenne, con piani sequenza girati magistralmente, come quello del ballo tra Vincent e Mia e quello in cui Bruce Willis torna nel suo appartamento; scene al cardiopalma e di tensione come quella dello stallo alla messicana (omaggio a Sergio Leone) tra Jules e Zucchino. Si passa dalla commedia al thriller, arrivando a discorsi e riflessioni di carattere alto, religioso e teologico. Si passa dai proiettili alle riflessioni sulla vita e l’anima. Il tutto viene retto magistralmente da una sceneggiatura scritta dallo stesso Tarantino insieme a Roger Avary, entrambi in stato di grazia. Tutti, e dico tutti, i dialoghi e gli scambi di battute di questo film sono iconici e, inevitabilmente, indelebili nella mente dello spettatore e nella storia del cinema. Basti pensare a scene iconiche come la discussione di Vincent e Jules sull’esperienza del primo ad Amsterdam, sul Royale con formaggio, sulla maionese, sul massaggiare i piedi. Oppure, nuovamente, al momento in cui Butch e Marsellus vengono tenuti prigionieri da Zed e Maynard; lo storpio; la scena dove i due gangster in giacca e cravatta (J. e V.) vanno a visitare Brett e i suoi amici; l’iniezione di adrenalina a Mia e si potrebbe andare avanti all’infinito, perché l’intero film, ormai, è una vera e propria icona.

Vincent: E sai come chiamano un quarto di libbra con formaggio a Parigi?

Jules: Non “un quarto di libbra con formaggio”?

Vincent: Hanno un sistema metrico decimale: non sanno che cazzo sia un quarto di libbra.

Jules: E come lo chiamano?

Vincent: Lo chiamano “Royale con formaggio”.

Jules: “Royale con formaggio”!

Vincent [ridendo]: Già!

Jules: Come lo chiamano il Big Mac?

Vincent: Be’, il Big Mac è il Big Mac! Lo chiamano “Le Big Mac”.

Jules: Le Big Mac! [ride] E come lo chiamano il “Whopper”?

Vincent: Non lo so, non sono stato al Burger King. Sai cosa mettono sulle patatine in Olanda al posto del ketchup?

Jules: Cosa?

Vincent: La maionese.

Jules: Che schifo!

Vincent: Eh, eh! Gliel’ho visto fare, amico, cazzo! Le affogano in quella merda gialla!

Uno dei scambi di battute più famosi del film
Jules (Samuel L. Jackson) e Vincent (John Travolta) nei primi minuti del film

Un altro punto di forza che rende questo film veramente unico è, sicuramente, il cast stellare e le prove attoriali magistrali da parte di tutti gli attori. Il film presenta sullo schermo una delle coppie più famose di tutta la storia del cinema. Sto parlando di Jules e Vincent, interpretati da Samuel L. Jackson e John Travolta. Proprio con questa pellicola, Travolta si ristabilì dopo la crisi e il calo vissuti negli anni ’80. I due, al pari di R2-D2 e C3PO, Stanlio e Ollio, i Blues Brothers, Vladimir ed Estragon; sono complementari. Jules è più meditativo, più razionale e con una passione per la teatralità; Vincent è più impulsivo, si scalda facilmente, è più brusco nei modi. In due non riescono, però, a cavare un ragno da un buco, sono antieroi sventurati, drammaticamente comici, satirici e parodistici. Jackson e Travolta mostrano, su schermo, un’alchimia unica e perfetta, rendendo la coppia Jules-Vincent veramente simbolica ed iconica. Inoltre, entrambi rimangono impressi per momenti precisi delle loro performance: Jules per il passaggio Ezechiele 25:17 – che ha anche consacrato il suo doppiatore italiano, Luca Ward, come uno dei migliori doppiatori italiani -, Vincent per il twist con Uma Thurman.

Arriviamo, infatti, ad una delle figure femminili tra le più famose della storia del cinema. La moglie del boss, la femme fatale, Mia Wallace. Una figura femminile molto forte ed emancipata, interpretata da un incantevole Uma Thurman che buca, letteralmente, lo schermo. Cocainomane ed attrice televisiva fallita, questa passa il suo tempo sniffando, ascoltando musica, ballando ed ammaliando uomini che, la maggior parte delle volte, non riescono a resistere, “finendo poi sotto la scure” del marito Marsellus. Al pari del duo Jules-Vincent; la coppia Mia-Vincent è sicuramente tra le più famose che si siano mai viste al cinema. Veramente iconica la sequenza al Jack Rabbit Slim’s con la gara di twist, diventata ormai patrimonio della cultura pop e di massa. Con il ruolo di Mia, esplode la popolarità di Uma Thurman che diventerà una sorta di attrice feticcio di Tarantino, che sfrutterà la sua bravura anche negli incredibili Kill Bill vol.1 e vol.2 (i quali vengono anticipati in questo film dalla Thurman stessa, quando parla del pilot della serie Volpe Forza 5 per cui ha recitato).

Non odi tutto questo? I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio? […] È solo allora che sai di aver trovato qualcuno davvero speciale: quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace

Mia Wallace (Uma Thurman) nel film
Marsellus Wallace (Ving Rhames) e Butch (Bruce Willis) nel secondo capitolo del film

Tra i protagonisti troviamo anche Bruce Willis che interpreta Butch, un pugile immischiato nel giro malavitoso di Marsellus Wallace, il quale gli intima di andare al tappeto alla quinta ripresa. Butch, però, disobbedisce per un premio in denaro più alto e arriva ad uccidere il suo avversario. Inizia così la sua avventura, perché egli deve sfuggire e rifugiarsi dagli uomini di Marsellus insieme alla moglie Fabienne, interpretata da Maria de Medeiros. Secondo il mio parere, l’unico difetto del film è la lentissima, lunghissima e direi patetica (forse era proprio questo l’intento, perché non si spiegherebbe) sequenza che va da quando Willis ritorna in hotel a quando esce la mattina successiva. In questo scambio di battute a dir poco ridicolo tra Bruce Willis e la De Madeiros, il film ha un blocco di ritmo e di mood. Forse, tale odio da parte mia nei confronti della parte del film è dovuto anche alla recitazione insopportabile della De Madeiros, veramente troppo infantile per essere sopportabile. Il film però riprende in quarta con la tensione che si viene a creare quando Butch deve andare a riprendere l’orologio di suo padre nel suo vecchio appartamento. L’orologio e la dimenticanza di Fabienne sono gli elementi chiave che determinano la sorte e il destino di Butch nel film che raggiungerà picchi di pathos a dir poco inaspettati e vi sarà un punto di svolta bizzarro e volutamente trash (essendo un omaggio a prodotti a volte anche trash). Veramente, non so come sia venuto in mente a Tarantino di inserire Maynard e Zed. Un qualcosa di a dir poco geniale.

Sono il Signor Wolf, risolvo problemi

Mr. Wolf (Harvey Keitel) nel film
L’iconica sequenza della Situazione Bonnie

Anche altri personaggi, seppur secondari, rimangono impressi nella mente di chi guarda. A partire dalla patetica coppia di balordi Coniglietta e Zucchino, interpretati da due mitici Amanda Plummer e Tim Roth; arrivando a Lance e Jody, i due drogati, interpretati da Eric Stoltz e Rosanna Arquette; concludendo con Quentin Tarantino stesso nei panni di Jimmy, l’amico di Jules, e il grandissimo Harvey Keitel nel ruolo di Mr. Wolf. Anche se appare letteralmente per dieci minuti, il personaggio del risolutore di problemi è uno dei più iconici e memorabili dell’intera pellicola, a causa del suo charme, del suo umorismo e della sua pacatezza.

Un elemento che apporta quasi la metà della riuscita del film è, senza dubbio, la colonna sonora. Ritmata, memore di tempi ormai andata, iconica, in molti casi underground, ma, comunque, mastodontica. Si contano pezzi di Al Green, The Tornadoes, Ricky Nelson, oltre alle tracce leggendarie Miserlou, Jungle Boogie, Son Of A Preacher Man, You Never Can Tell di Chuck Berry e Girl, You’ll Be a Woman Soon. Un vero e proprio gioiello per le orecchie, donando identità e personalità al film (così come <<i cani>>, citando Jules), insieme alla stupenda fotografia, i colori violenti ed accecanti e l’elemento lurido, perverso e sanguinolento.

La scena del twist tra Mia e Vincent

È un tipo isterico?… a che ora è prevista?… m-mh… ripetimi i nomi dei presenti… Jules, nero… m-mh… Vincent, bianco… Jimmy, bianco… Bonnie, nera… m-mh… un corpo senza testa… ci vogliono trenta minuti, ce ne metterò dieci

Mr. Wolf (Harvey Keitel) quando riceve la chiamata di Marsellus

Per concludere, si può chiaramente affermare che Pulp Fiction entra di diritto nella top 50 dei migliori film della storia del cinema – oltre che essere il mio film preferito in assoluto -, è un film veramente leggendario ed indimenticabile, che strega fin dalla prima visione. La pellicola, negli anni, si è creata un vero e proprio culto e ha, inoltre, avuto un’influenza sostanziale sia nella letteratura e nel cinema degli anni ’90 e 2000, creando il genere del neonoir e della commedia nera. Basti solo pensare al fatto che un citazione al film è stata fatta anche nel più recente Capitan America: The Winter Soldier. Citazioni ed imitazioni del film tarantiniano sono state fatte anche in altre pellicole come From Paris with Love, Be Cool, Mister Destiny di Jack Baran, Cosa fare a Denver quando sei morto con Andy Garcia e Due giorni senza respiro di John Herzfeld. La pellicola ha avuto anche una grande influenza nel panorama letterario italiano, portando alla nascita dei Cannibali, un gruppo di giovani artisti italiani che, basandosi sul film di Tarantino, hanno iniziato a produrre racconti – raccolti poi in opere collettive – molto lontani dalla tradizione italiana. Pulp Fiction, oltre ad essere un vero e proprio capolavoro dal punto di vista stilistico, tecnico ed artistico, ha il pregio di aver consacrato Tarantino nell’Olimpo dei più grandi artisti e registi della storia. Il film, infine, ha collezionato un Oscar e un Golden Globe per la sceneggiatura, un David di Donatello e una Palma d’Oro a Cannes. Un bel risultato per una seconda opera!

Voto: cult del cinema (10)

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