Ay-oh!

Bohemian Rhapsody fa riscoprire al grande pubblico la bellezza e la magia dei Queen, della loro storia e del loro frontman

Find me somebody to love, find me somebody to love. Così inizia il biopic diretto per metà da Bryan Singer (X-Men) e per l’altra metà da Dexter Fletcher (Rocketman) e mai inizio è stato così on point. La canzone Somebody to Love (1976) rappresenta proprio la metafora dell’intero film o, per meglio dire, del suo protagonista indiscusso, Freddie Mercury, interpretato da un brillante Rami Malek (interpretazione che gli valse l’Oscar all’edizione 2019). Il film, infatti, oltre che rappresentare più o meno fedelmente la storia della band britannica, è un vero e proprio canto della fenice di Freddie/Rami alla ricerca della propria identità ed affermazione artistica e musicale, ma anche dal punto di vista umano. Il film, precisamente, si professa come una pellicola biografica su uno dei gruppi migliori della storia della musica, ma, realmente, non è che una grande onorificenza del frontman del quartetto, diventato una vera e propria leggenda della musica contemporanea.

Quando sono lì ad ascoltarmi, quando so di averli in pugno, non riuscirei a stonare neanche se volessi. E mi rendo conto di essere la persona che ho sempre voluto essere. Non ho paura di niente.

Rami Malek (Freddie Mercury) all’interno del film

La pellicola, però, si arresta sul più bello fin da subito. Pochi momenti prima che i Fab Four (senza voler insultare nessuno in particolare) salgano sul palco di uno degli eventi musicali più importanti del XX e XXI secolo, il Live Aid al Wembley Stadium, il calendario si sposta indietro di un paio di anni, precisamente ai glamourosi anni 70, quando Freddie Mercury non è altro che una pedina del futuro, un nome ancora sconosciuto e riconducibile a Farrokh Bulsara, un giovane ragazzo di origini parsi che lavora all’aeroporto di Heathrow. Una sera, assiste in un pub ad uno spettacolo di un gruppo un po’ underground e locale, gli Smile, gruppo che sta per perdere il proprio cantante (questo vuole una carriera un po’ più scintillante, a quanto pare, ahhh, l’ironia del destino). Dopo il concerto, Farrokh si avvicina al van della band con, al suo interno, il leggendario chitarrista Brian May (Gwilym Lee) e il rivoluzionario batterista Roger Taylor (Ben Hardy), dicendo, in modo molto sfacciato, che diventerà il loro nuovo cantante. Intanto Bulsara inizia a frequentare una giovane ragazza, Mary Austin (Lucy Bonton) che diventerà il suo Love of My Life. Ingaggiato anche il bassista John Deacon (Joseph Mazzello), da questo momento il film è tutto una salita e un climax continuo, scandito dai pezzi storici (sia studio che live) della band, da alcuni dei suoi momenti e retroscena migliori e celebri come la creazione delle fantastiche Bohemian Rhapsody,We Will Rock You o Another One Bites the Dust; dalla questione dell’omosessualità e del coming out di Freddie, la relazione con Mary, con i membri della band, con i vari manager e personalità esterne alla band, la volontà di Freddie di intraprendere una carriera solista (a dir poco disastrosa), fino ad arrivare alla questione dell’AIDS con la bellissima sequenza con in sottofondo Who wants to live forever?.

Sicuramente la sequenza più osannata dell’intera pellicola è la ricostruzione quasi maniacale del Live Aid del 1985, in cui sequenze del film e sequenze dell’evento originale quasi combaciano. In questa parte – che è anche quella finale – risalta incredibilmente la regia, precisa, frenetica, ritmata, accelerata, al limite della perfezione dal punto di vista stilistico, ma anche emotivo (incredibili sono i primi sugli spettatori dello show e sui membri della band). Lo spettatore viene catapultato completamente nella performance e quasi si dimentica di star guardando un film. Infatti, la forza del film non è la regia, ma bensì il comparto fotografico, attoriale, scenografico e musicale. Ciò che fa immergere interamente lo spettatore all’interno dell’atmosfera del film sono le incredibili e magistrali prove attoriali, la ricostruzione storica, culturale e sociale degli anni e, ovviamente, le canzoni dei Queen che starebbero bene anche da accompagnamento di un documentario sugli animali probabilmente. La fotografia è un’altra componente essenziale del film: polimorfa in base al periodo della vita di Freddie e al suo stato d’animo ed estremamente memorabile.

Bohemian Rhapsody è, quindi, sì un film musicale e biografico, ma non solo. È la storia di un uomo, un artista incredibilmente complesso che deve combattere per trovare e per affermare la propria personalità, la propria arte, la propria anima. Una persona complicata dal punto di vista anche emotivo e umano, che, a volte, può apparire saccente e quasi fastidiosa in alcuni modi di fare; ma che nasconde, dietro la sua muraglia un grande cuore, una grande mente e una grande concezione dell’arte. Il film è un roller coaster di emozioni: all’inizio fa battere il cuore per il suo ritmo, dopodiché fa vivere il dramma interiore di Freddie ed, infine, fa battere e rompe definitivamente il cuore per il suo finale, incredibilmente poetico e commemorativo.

Tra gli unici difetti possiamo trovare, senza dubbio, il poco approfondimento degli altri membri della band, ma anche il voler, a tutti i costi, mitizzare Freddie, mostrandone, sì, il dramma, ma soltanto superficialmente; cosa che non avviene in Rocketman.

Voto 9.5

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